Rosaria Piseri non racconta l’Irlanda come un paesaggio da attraversare, ma come un luogo che lentamente trasforma chi decide davvero di restare.
Nelle sue risposte c’è il mare del Donegal, ci sono le alghe, la fatica, la solitudine, la scelta di cambiare vita, ma soprattutto la pazienza di costruirne una nuova.
Questa intervista nasce all’interno del percorso dedicato a Rosaria su Passione Irlanda e raccoglie le sue parole integralmente, senza tagli, perché il loro valore sta proprio nel ritmo personale del racconto.
1. Il momento preciso in cui l’Irlanda ha smesso di essere un luogo e ha iniziato a cambiarti.
Non c’è stato un momento preciso né un singolo episodio in cui potermi sentire cambiata. In realtà, è successo tutto in sordina, fin dall’inizio: una consapevolezza sottile che è cresciuta dentro di me come una radice, silenziosa e inarrestabile.
Ogni volta che incontravo una difficoltà, e ce ne sono state, puntualmente accadeva qualcosa che mi sussurrava: “Sei sulla strada giusta”. Come se l’Universo, con discrezione, mi facesse spazio. Come se ogni ostacolo fosse, in realtà, un gradino.
Poi, a un certo punto, ho smesso di chiedermi se avessi fatto la scelta giusta. Da lì le domande si sono affievolite, e al loro posto è subentrata una sensazione nuova: quella di essere guidata, quasi portata per mano da un filo invisibile. Una certezza piena, totale, che non lascia più spazio all’ombra del dubbio.
C’è stato però un momento che ha superato tutti gli altri per intensità. La notte di un 23 giugno trascorsa al Black Fort, senza un riparo, senza potermi neppure sedere sul prato. Lì, per due ore intere, il tempo si è concentrato in pochi minuti. Ho perso ogni riferimento, ogni orologio interiore; forse la mia mente è entrata nello stato alfa. Non lo so.
So solo che da quella notte, l’Irlanda ha smesso di essere semplicemente il posto in cui vivevo. È diventata il mio specchio, il luogo dove il tempo si piega, lo spazio si allarga, e tu, senza accorgertene, ritrovi te stessa.
2. Le alghe vivono in una zona di confine: né del tutto mare, né del tutto terra. Ti sei mai sentita anche tu in una zona di confine, tra Italia e Irlanda, tra passato e futuro, tra ciò che eri e ciò che stavi diventando?
Sì, vivo in quella zona. Lo racconto quando descrivo il sogno delle mie zie defunte: il pozzo che diventa un abisso, la sensazione di essere risucchiata, e poi le mani che mi salvano. Vivo al confine tra il mondo dei vivi e quello dei ricordi, tra l’Italia che ho lasciato e l’Irlanda che sto costruendo.
Quel confine non è più una ferita: è diventato il mio punto di forza. Quando quelli che credevo amici mi hanno voltato le spalle, quando un’estranea ha seminato sospetti su di me, ho capito che non devo lasciare che nessuno influenzi il mio umore, né sminuisca il mio entusiasmo per questa nuova vita.
Essere nata italiana mi è capitato. Sentirmi irlandese è una scelta personale.
Quando parlo di cibo e di luce, mi sento italiana; sono irlandese quando ho bisogno di silenzio e di spazio, e va bene così.
3. Molti guardano l’Atlantico e vedono bellezza, paesaggio, libertà. Chi ci lavora accanto ogni giorno probabilmente vede anche fatica, attesa, rischio, rispetto. Che cosa ti ha insegnato il mare che non avresti potuto imparare altrove?
In Italia il mare significava sedie a sdraio e ombrelloni, odore di crema solare e sudore, gente che parla, ride, litiga con il vicino che sfora nel tuo metro quadrato di spiaggia che ti è costato una cifra, quindi pretendi che sia rispettato.
Le maree del Mediterraneo sono insignificanti: solo pochi centimetri di differenza tra la bassa e l’alta marea. Quindi non si può accedere al fondale marino senza immergerti.
In Irlanda il rumore delle onde che accarezzano la sabbia ti entra nell’anima e ti fa dimenticare ogni problema o dispiacere. Se vuoi passeggiare sulla spiaggia, hai tutto lo spazio e la privacy che desideri.
Durante la bassa marea, si rivela il mondo magico del fondale marino, che è anche il mio posto di lavoro.
Da quando vivo qui, il mare italiano mi sembra immobile, morto, con alghe inutilizzabili.
Qui, ho imparato a rispettare l’ambiente marino e la vita selvatica come se fossero l’unica cosa che mi rimanga.
Quando i miei esperimenti con le alghe falliscono, non mi do per vinta. Provo e riprovo finché non ho successo.
Quando i soldi scarseggiano e l’inverno sembra non finire mai, aspetto.
Da quando vivo e lavoro secondo le fasi lunari e i tempi delle maree, ho imparato a leggere le maree della mia vita.
4. Le alghe sono una risorsa antichissima, ma spesso invisibile agli occhi di chi passa. Ti capita mai di pensare che una parte del tuo lavoro sia proprio insegnare alle persone a vedere ciò che normalmente ignorano?
Sì, è il cuore del mio lavoro. Lo faccio con le alghe, ma anche con le persone. Quando ho accompagnato il gruppo di Bobbio all’isola di Cleenish, e il pullman si è fermato davanti a un ponte che sembrava non reggere, non mi sono arresa. Li ho portati tutti in un sito monastico dimenticato e ho raccontato la storia di San Colombano con tale passione che “alcuni hanno avuto gli occhi lucidi di commozione”. Ho insegnato loro a vedere ciò che ignoravano: la solitudine di un giovane monaco, la continuità tra passato e presente. Ho insegnato a vedere l’anima dei luoghi. Come quando Fionnuala, la ragazza del bar, ha accettato di provare il mio unguento per l’herpes, e ha scoperto che funzionava. Le alghe sono l’orto dimenticato, e io insegno a chi vuole ascoltare e guardare oltre la superficie.
5. In Irlanda la tradizione non è sempre qualcosa che viene spiegato: spesso si assorbe osservando, ascoltando, facendo. Qual è una conoscenza, un gesto o un modo di pensare che hai imparato più dalla vita quotidiana irlandese che dai libri?
L’arte di non riempire il silenzio. L’ho descritta quando ho parlato delle serate accanto al camino: “In un pub, davanti a un caminetto, si può stare mezz’ora senza parlare, guardando il fuoco, e quella è compagnia vera.”
Ma c’è di più: l’ho imparata quando mi sono sentita abbandonata o tradita, quando il giornalista Marco ha cercato di rubarmi la storia. Ho imparato che il silenzio può essere un’arma di protezione. Ho imparato che, a volte, la risposta migliore è il silenzio. È un’arte, e l’ho imparata qui”.
Quando ho chiuso la porta in faccia a Vincenzo dopo la sua assurda storia della strega, non ho urlato. Ho scelto il silenzio. È stata la mia vittoria più grande.
6. Il Donegal viene spesso raccontato come selvaggio e autentico. Ma vivere in un luogo “selvaggio” non è la stessa cosa che visitarlo. Qual è l’aspetto del Donegal che secondo te un turista difficilmente riesce a capire al primo sguardo?
Il turista vede il selvaggio e pensa “libertà”. Io so che il selvaggio è un lavoro a tempo pieno. Nel mio libro, lo racconto quando descrivo la lotta contro il giardino: le erbacce ostinate, i conigli che hanno divorato tutto, il cavallo Filly che ha calpestato le mie piante.
Ma lo racconto anche quando descrivo il Black Fort: il turista vede un sito archeologico, io vedo un luogo in cui “il tempo si piega”.
L’autenticità del Donegal non è estetica: è etica. È la fatica di restare, di riparare i muri a secco, di aspettare che il sole torni.
Il selvaggio non è uno spettacolo da guardare: è una vita da vivere, con tutto il suo peso.
7. Quando si parla di cambiare vita, si insiste molto sul coraggio di partire. Si parla meno, forse, della pazienza necessaria per restare. Che cosa ti ha aiutato a restare, anche nei momenti più difficili?
Nei momenti più bui, ciò che mi ha aiutato a restare è stata la promessa che mi sono fatta.
Quando ero sul punto di arrendermi, mi dicevo: “Non scappare da un posto finché non hai imparato qualcosa che solo quel posto può insegnarti.”
Ma c’è un’altra forza: le piccole routine. Il tè alle cinque. Il saluto al vicino. Il gesto di dare da mangiare ai gabbiani.
Restare è un atto di fiducia. È dire: ‘Forse domani il cielo sarà diverso'”.
E poi, nelle lunghe notti d’inverno ho imparato che “la vita ha il suo modo di guidarci quando meno ce lo aspettiamo”.
Quando ho ricevuto il primo ordine per la mia azienda, quando i risultati delle analisi hanno confermato che i miei estratti funzionavano, ho capito che la pazienza non è passività. È un’attesa attiva. È fiducia nel fatto che le cose buone arrivano, se le aspetti abbastanza a lungo.
8. Se dovessi scegliere un’immagine, un odore o un suono per raccontare la tua Irlanda di oggi, quale sceglieresti?
Qui in Irlanda, ogni momento può donarti ispirazione.
Il suono del vento che entra nella stufa a legna. Quel sibilo basso e costante, mentre fuori è tutto scuro e dentro c’è il bagliore arancione.
E l’odore che si mescola: quello della torba che brucia, acre e dolce allo stesso tempo, e quello del pane lievitato”.
La mia Irlanda è questo contrasto: il ruggito di fuori e il tepore di dentro, la lotta e l’accoglienza. Ogni volta che sento quel suono, penso a tutte le notti passate da sola, con il fuoco che crepitava e il vento che ululava. Quel suono è diventato la mia colonna sonora. È una voce che mi dice: “Sei al sicuro. Sei a casa.”
9. C’è qualcosa che gli italiani tendono a idealizzare dell’Irlanda e che invece, secondo te, andrebbe guardato con più realtà e meno romanticismo?
Gli italiani sembrano apprezzare l’Irlanda per motivi fondamentalmente diversi dai miei. Io cerco sempre i luoghi nascosti, frequentati da persone locali e tranquilli. I turisti sono incuriositi dal caos dei pub di Temple Bar. Ma quel tipo di vita notturna non racconta lo spirito irlandese, perché quelle aree tipicamente turistiche sono frequentate soprattutto da stranieri, non da irlandesi.
Gli italiani si lamentano del maltempo, io apprezzo il romanticismo della pioggia. La pioggia qui è una presenza fisica, alla quale devi adattarti, ma quando non piove per qualche giorno ti manca.
C’è poi un’altra idealizzazione: quella della vita semplice.
Quando racconto il mio primo inverno su Inis Mór, la realtà è dura: il freddo, la solitudine, la carenza di soldi.
La vita semplice non è un filtro Instagram: è resistenza. Quando i miei amici italiani mi dicono “che bella vita che fai”, sorrido e penso a tutte le notti in cui non avevo abbastanza carbone per scaldarmi, a tutte le volte in cui ho dovuto scegliere tra mangiare e pagare l’affitto. La semplicità è un lusso che si conquista con il sudore e le lacrime.
10. Dopo tutti questi anni, ti senti più una persona che ha “lasciato tutto” o una persona che ha trovato un modo diverso di appartenere a qualcosa?
La risposta è nelle ultime pagine del mio libro: ho trovato un modo diverso di appartenere. L’ho scritto quando ho riflettuto sul mio viaggio: “Non stavo scappando da qualcosa, ma stavo correndo verso una meta”.
E poi, nel capitolo finale: “Non sono l’assenza di mio padre. Non sono la rabbia di mio marito. Sono la donna che attraversa il mare per ricominciare”. La mia appartenenza non è più un cerchio chiuso: è una linea che unisce due punti.
Ho ampliato il significato di “casa”. Casa, per me, è ora ovunque ci sia un vento da ascoltare e un suolo da coltivare.
Quando mia figlia Daniela è venuta a vivere in Irlanda, quando è nata Ciara, ho capito che la mia famiglia non è più legata a un luogo. È legata a un sentimento. È legata alla scelta di restare, di costruire, di amare anche da lontano.
Una riflessione finale
Il mio libro non racconta solo una fuga. Racconta una trasformazione. Sono partita come una donna che scappava da un matrimonio e sono diventata una donna che costruisce un’azienda, una comunità, una vita. Ho imparato che il coraggio non è solo partire, ma anche restare. Ho imparato che il mare non è solo bellezza, ma anche fatica e rispetto. Ho imparato che le alghe non sono solo risorse, ma messaggi dal profondo.
Quando ho chiuso Tir na nÓg Seaweed e ho aperto Algaran, quando ho trasferito l’azienda a Glencolmcille, quando ho deciso che sarei andata in pensione nel 2031, ho capito che la mia vita non è una storia di fuga.
È una storia di ritorno. Ritorno a me stessa.
Questa intervista fa parte dello speciale di Passione Irlanda
dedicato a Rosaria Piseri, al Donegal, alle alghe nella tradizione irlandese, al foraging e al libro Lasciare tutto e cambiare vita.
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