Maura Maffei racconta l’Irlanda da anni attraverso il romanzo storico.

Nei suoi libri l’isola non è mai soltanto uno scenario: è memoria, ferita, lingua, fede, emigrazione, resistenza e speranza. È un luogo dell’anima, ma anche una storia da studiare con rispetto, senza ridurla a immagine romantica o a semplice folklore.

In questa intervista, Maura ci accompagna dentro un’Irlanda più profonda: quella segnata da secoli di dominazione, dalle Leggi Penali, dalla Grande Fame, dall’emigrazione, dalla lotta per l’identità e dalla forza di un popolo capace di trasformare il dolore in cultura, letteratura e memoria condivisa.

Le sue risposte sono dense, appassionate e attraversate da una convinzione forte: per raccontare davvero l’Irlanda bisogna andare oltre gli stereotipi, ascoltarne la lingua, conoscerne la storia e accostarsi alla sua cultura con umiltà.

Per Maura Maffei l’Irlanda è, prima di tutto, speranza.

Ed è da questa parola che nasce il senso più profondo della nostra conversazione.

1. L’Irlanda, nei tuoi libri, sembra spesso essere più di un luogo: è memoria, destino, ferita, appartenenza. Che cosa rappresenta davvero per te l’Irlanda: un paese da raccontare, un immaginario letterario, una patria dell’anima o qualcosa di ancora diverso?
A dire il vero, per me è soprattutto speranza. Amo scrivere storie di speranza, in cui alla fine di ogni complesso intreccio ci sia un raggio di sole, in cui il bene continui a vincere sul male. L’Irlanda si presta più di ogni altra Nazione a questo mio progetto perché ha subito più di otto secoli di feroce dominazione straniera e perché, dopo ogni sconfitta, il popolo irlandese ha sempre rialzato la fronte, senza darsi per vinto, sino a raggiungere l’indipendenza.
È speranza, come il verde smeraldo della sua meravigliosa campagna, è speranza, insita nella cordialità e nell’accoglienza degli irlandesi, è speranza, nelle chiese, nei castelli, nei monumenti del suo passato, che testimoniano una storia di martirio ma che ha molto da narrare anche alla nostra stanca società del XXI secolo. In effetti, ho sempre considerato l’Irlanda come la mia patria dell’anima.
Mi sono innamorata della storia irlandese prima ancora che dei suoi paesaggi mozzafiato. Il 5 maggio 1981, quando morì Bobby Sands, io avevo 12 anni e avevo seguito attraverso i telegiornali quotidiani il suo calvario. Allora, io non sapevo nulla dell’Irlanda ma ho iniziato a studiarne la storia perché volevo comprendere come un giovane di 27 anni avesse accettato la morte per la sua Nazione, dopo 66 giorni di digiuno. Ho iniziato a leggere tutto ciò che riguardava la storia irlandese e mi sono innamorata della storia irlandese, intrisa di morte e di risurrezione. Solo in un secondo tempo, mi sono accorta della bellezza dell’Irlanda, visitandola per la prima volta a 14 anni – il regalo di mia madre per l’ottima promozione all’esame di Terza Media!
Mi sono resa conto che si poteva raccontare in un romanzo la storia d’Irlanda arricchendola con la poesia che ci hanno tramandato gli antichi bardi, nel descriverne i paesaggi.

2. L’Irlanda è spesso raccontata attraverso immagini molto amate: paesaggi verdi, musica, pub, leggende, romanticismo. Qual è, secondo te, il rischio più grande quando si racconta l’Irlanda a chi la guarda da fuori: idealizzarla troppo, semplificarla o trasformarla in un sogno?
Non mi piace l’Irlanda stereotipata: folletti, arpe e trifogli (avulsi dal loro significato originale) e Guinness.
Non è quella che desidero narrare nei miei romanzi. Per cercare di comprendere l’Irlanda autentica, secondo la mentalità degli irlandesi, dal 1993 ho iniziato a studiarne la lingua, ossia il gaelico d’Irlanda. Sono convinta che non si possa cogliere l’essenza di un popolo a prescindere dalla lingua.
E la lingua irlandese non è l’inglese, sebbene oggi sia la più parlata, tra le due lingue ufficiali, perché molto più facile. L’irlandese è una lingua antica che non ha subito un vero e proprio processo di volgarizzazione perché osteggiata dagli invasori.
È la lingua che si parlava in segreto, in famiglia, senza farsi scoprire per non rischiare ritorsioni da parte degli inglesi. Sino al XIX secolo era la più diffusa, tra la popolazione, sino a diventare a poco a poco lingua minoritaria, ritenuta oggi lingua madre soltanto più dal 10-15% degli irlandesi.
Per cogliere l’anima dell’Irlanda, io continuo a studiarla ogni giorno, anche attraverso applicazioni perché non trovo modo, qui in Italia, di fare conversazione. Il rischio più grande è poi senz’altro quello di calpestarne la storia. Non si può comprendere l’Irlanda, così come ogni altra Nazione, senza studiarne in modo approfondito la storia.
Ed è pericoloso idealizzarla, credendo che l’Irlanda in qualche modo ci assomigli, quando l’Irlanda assomiglia soltanto a sé stessa. Ci vuole un grande rispetto nell’avvicinarsi alla sua cultura, perché è stata una Nazione martire per troppi secoli. E non basta farne una terra di leggende e di fantasia, ignorando quanto sangue e quanto dolore abbia intriso ogni zolla del suo terreno.
È stata una terra di grande fede, che anche nei momenti più bui ha sperato al di là di ogni concreta speranza. Sebbene oggi ci appaia piuttosto scristianizzata, non possiamo ignorare o minimizzare quando avvenuto nei secoli trascorsi. È troppo poco considerarla semplicemente la patria dei leprecauni!

3. Nei romanzi storici il passato non è mai davvero passato: continua a parlare al presente. Quale parte della storia irlandese senti ancora oggi più viva, più urgente, più capace di interrogare anche noi lettori italiani?
Adoro scrivere romanzi storici perché, attraverso la narrazione, il passato diventa metafora del presente. Sono persuasa che la storia possa essere maestra, se abbiamo l’umiltà e il coraggio di ascoltarne gli insegnamenti. I fatti del passato ritornano ciclicamente nel presente e riflettere su quanto è già accaduto potrebbe essere la chiave di lettura del nostro futuro.
Detto questo, credo che, in Irlanda, sia cruciale l’epoca delle Leggi Penali, che va dal 1691 al 1778, con la restituzione dei diritti politici agli irlandesi solo nel 1828, dopo l’elezione dell’avvocato cattolico Daniel O’Connell a Westminster.
Per più di cento anni, le Leggi Penali tolsero ogni diritto agli irlandesi che si mantenevano fedeli al Papa di Roma. Furono chiuse le loro chiese, fu vietato loro di svolgere un lavoro diverso dal bracciante agricolo, di sposarsi con persone di differente confessione religiosa e di possedere qualcosa che valesse più di 5 sterline. Lo zio di Daniel O’Connell, che era un ufficiale cattolico, fu ammazzato sulla pubblica via perché si rifiutò di vendere a un anglicano il suo purosangue a meno di 5 sterline.
E l’assassino non fu mai perseguito, perché per assurdo era stata la vittima a infrangere la legge! Se non si conosce l’epoca delle draconiane Leggi Penali, è molto difficile capire che cosa successe dopo, dalla Grande Fame di metà Ottocento, al fenomeno del terrorismo agrario e del successivo fenianesimo e, soprattutto, all’Easter Rising del 1916.
Insieme con lo scrittore dublinese Rónán Ú. Ó Lorcáin, noi abbiamo dedicato un romanzo all’epoca delle Leggi Penali. È intitolato “Dietro la Tenda” (Terzo Grado Edizioni, giugno 2026, nella seconda edizione), è ambientato in Connemara e ce l’abbiamo messa tutta per renderlo, oltre che avvincente, anche affresco fedele di questo drammatico periodo.

4. Ogni popolo custodisce silenzi, non solo racconti. Quando scrivi d’Irlanda, quali sono i silenzi che ti interessano di più: quelli delle donne, degli sconfitti, degli emigranti, delle famiglie, delle comunità dimenticate?
Sicuramente il silenzio di chi ha subito una grave ingiustizia, che siano donne , uomini o intere famiglie. L’ingiustizia di chi è stato costretto a emigrare per non morire di fame e per non essere considerato alla stregua di una bestia da soma. L’ingiustizia patita da chi è morto di stenti durante la Grande Fame, detta in irlandese An Gorta Mór (1845 – 1851), pensando che l’Irlanda produceva grano per l’intero regno Unito e per l’esportazione. Eppure, quando ci furono annate consecutive di peronospora della patata, l’unico alimento di cui si cibavano i contadini irlandesi, non si lasciò in Irlanda il poco grano che sarebbe stato necessario a salvare la popolazione. Ci fu un milione di morti, sacrificato sull’altare della produttività, come scrivo nel mio romanzo “Feuilleton“, di prossima riedizione. Questi sono i silenzi inaccettabili a cui desidero restituire voce, nelle storie che narro.

5. La narrativa può fare qualcosa che la storia, da sola, spesso non riesce a fare: restituire un volto umano agli eventi. Quanto è importante per te raccontare la grande storia attraverso le vite intime, le scelte private, le paure e i desideri dei personaggi?
È vero, un romanzo parla al cuore di tutti i lettori, mentre un saggio, per quanto esaustivo e approfondito, è destinato a un pubblico ristretto, di addetti ai lavori. È importante comunque che il romanzo storico, pur nella finzione narrativa, sia il più possibile fedele agli eventi, così come sono avvenuti, e descriva personaggi realmente esistiti restituendoli al lettore secondo la mentalità dell’epoca.
Non possiamo mai prendere un personaggio vissuto secoli e secoli fa e farne un paladino di una sensibilità contemporanea, che non gli appartiene. Anche i personaggi di fantasia devono essere calati nel tempo in cui sono stati collocati, altrimenti il contesto storico non risulta credibile.
La narrazione acquista valore se non tradisce mai la storia ma se ha la forza di ricostruirla secondo la cultura, la filosofia e le conoscenze di allora.

6. C’è un tema molto irlandese che attraversa secoli di storia: il rapporto tra radici e partenza. Secondo te, perché l’Irlanda continua a parlare così profondamente anche a chi non è irlandese, ma sente dentro di sé il richiamo della lontananza, della nostalgia o del ritorno?
Per quanto riguarda noi italiani, quello dell’emigrazione è un tema che ci riguarda esattamente come è proprio degli irlandesi. In ogni nostra famiglia ci sono stati emigranti, come ci sono stati nelle famiglie irlandesi.
E ciò diventa un’ occasione di identità condivisa, di speculare vicinanza nelle parabola di due popoli.
C’è una famoso proverbio irlandese che recita “È triste la strada che non prevede ritorno”. Un’affermazione del genere credo che risuoni nel cuore di ogni uomo, a prescindere dal popolo cui appartiene. Io affronto questo tema nei miei romanzi “Dietro la tenda” che ho già citato, e in “Lampada Ardente” (sempre Terzo Grado Edizione, giugno 2026, in seconda edizione), che narra, tra le altre cose, la nascita della Brigata Irlandese (12000 uomini) al servizio per cento anni di tre re di Francia e poi sciolta dall’Assemblea Nazionale rivoluzionaria nel 1792.
In essa confluirono tutti gli esuli, dopo la disfatta delle truppe irlandesi che avevano sostenuto Giacomo Stuart nella guerra contro Guglielmo d’Orange per il trono d’Inghilterra.

7. L’Irlanda è uno dei pochi paesi che, nonostante colonizzazione, povertà, carestia, emigrazione e divisioni profonde, è riuscito a riaffermare con forza la propria identità. Secondo te, da dove nasce questa capacità del popolo irlandese di resistere, rialzarsi e trasformare il dolore storico in cultura, letteratura, musica e memoria condivisa?
Sono una scrittrice di ispirazione cristiana e per me la fede ha un valore importantissimo nella storia d’Irlanda. E dico questo pensando al messaggio universale di san Patrizio, non alle guerre religiose, che di religioso avevano davvero ben poco, dato che si è sempre agitato il vessillo della religione per nascondere ben più appetitosi interessi economici e politici.
Patrizio, al contrario, evangelizzò l’Isola di Smeraldo senza lotte e senza fratture (unica Nazione senza martiri, in Europa!), prendendo tutto ciò che di buono c’era nella cultura precedente e innestandovi sopra il messaggio evangelico, avvicinando le persone con il sorriso e con il celebre motto: “Mostriamo quanto noi cristiani siamo felici e tutti vorranno essere felici come lo siamo noi”.
Questo è l’argomento del mio romanzo “Primavera d’Irlanda” (Terzo Grado Edizioni, giugno 2026, in seconda edizione), in cui Patrizio non è il protagonista ma uno dei personaggi principali.

8. Alla fine, quando un lettore chiude uno dei tuoi libri, cosa ti piacerebbe che portasse con sé dell’Irlanda? Una conoscenza più profonda, un’emozione, una domanda, una ferita, una forma di rispetto?
Senz’altro una domanda. Ogni romanzo deve essere occasione di dialogo, tra autore e lettore. E il compito di chi scrive è quello di suscitare domande, non di dare risposte.
Magari il lettore replicherà in modo diametralmente opposto alla risposte che lo scrittore azzarda, attraverso la storia, ma è fondamentale continuare a suscitare domande. Altrimenti non avrebbe senso continuare a scrivere né di Irlanda né di qualsiasi altro possibile orizzonte.

 

Quella di Maura Maffei è un’Irlanda lontana dagli stereotipi: non una cartolina romantica, ma una terra di memoria, ferite, lingua, fede, emigrazione e speranza.

Attraverso il romanzo storico, Maura restituisce voce a vicende e silenzi che rischierebbero di restare lontani dal lettore italiano.

E forse è proprio questo il valore più grande della narrativa: non dare risposte definitive, ma continuare a generare domande.

Perché l’Irlanda, quando viene raccontata con rispetto, non appartiene solo al passato. Continua a parlare anche al nostro presente.

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