Musicista, fotografo e autore di Irish People, Roberto Storace racconta il suo legame con l’Irlanda attraverso le session nei pub, i volti incontrati durante i suoi viaggi, la musica tradizionale e quella forma di accoglienza che trasforma un luogo visitato in una seconda casa.

Alcuni viaggi iniziano da un incontro, da un’amicizia, da una canzone ascoltata nel momento giusto.

Per Roberto Storace, l’Irlanda è arrivata così: attraverso la musica, prima ancora che attraverso una carta geografica. Prima la Scozia, il mondo celtico, le Shetland, le Orcadi e le Highlands. Poi l’amicizia con un musicista irlandese, le prime session, le ballate, i pub, i volti, i ritorni.

Da quel primo incontro, l’Irlanda è diventata per lui molto più di una meta di viaggio: è diventata una seconda patria, un luogo da attraversare lentamente, da ascoltare, da fotografare e da vivere attraverso le persone. Nelle sue risposte tornano spesso le stesse parole: amicizia, musica, accoglienza, volti, session, Donegal, pub, famiglia, casa.

Roberto Storace è musicista, fotografo e autore di Irish People, un lavoro che mette al centro non soltanto i paesaggi irlandesi, ma soprattutto le persone incontrate lungo il cammino. Volti segnati dal tempo, musicisti, ascoltatori, amici ritrovati, famiglie accoglienti, uomini e donne capaci di raccontare l’Irlanda più di qualsiasi panorama.

In questa intervista ci accompagna dentro la sua Irlanda: quella delle session tradizionali, dei pub pieni di musica, delle fotografie in bianco e nero virato seppia, delle amicizie nate quasi per caso e dei ritorni in quei luoghi dove, prima o poi, qualcuno ti riconosce, ti chiama per nome e ti invita a entrare per una tazza di tè.

Un’Irlanda lontana dalla fretta del turismo, ma vicina a chi sa fermarsi, ascoltare e lasciarsi accogliere.

 


Nel tuo percorso l’Irlanda sembra arrivare attraverso la musica prima ancora che attraverso il viaggio. È stato davvero così? C’è stato un brano, un musicista, una session o un momento preciso che ti ha aperto questa strada?

In effetti sono arrivato in Irlanda attraverso l’amicizia e la musica, insieme, ma passando prima dalla Scozia.

Dopo aver vissuto sei anni a Livorno e ventisette a Torino, nel 1988 mi sono finalmente trasferito a Savona, la città di mio padre e dei suoi genitori e nonni. Avevo già molti amici, perché fin da bambino tutti gli anni venivo qui a passare un mese al mare con la mia famiglia.

Conobbi subito un ragazzo, Sandro, appassionato di musica folk, con cui cominciai a suonare avvicinandomi al mondo celtico.

Nel giugno del 1989 Sandro mi propose di unirmi a lui e al suo caro amico Matteo per andare a esplorare le Isole Shetland, le Orcadi e le Highlands scozzesi.

Fu un viaggio meraviglioso, su cui pochi anni fa, nel 2021, ho scritto un libro, Verso Nord, corredato come sempre da molte fotografie. In quei diciotto giorni ci furono bellissimi incontri e serate memorabili in alcuni pub, dove suonammo e cantammo melodie scozzesi, irlandesi e italiane, suscitando entusiasmo e facendo amicizia con molte persone.

Da allora il Nord e il mondo celtico mi sono entrati nel cuore.

Successivamente Sandro mi fece conoscere Patrick, un amico musicista irlandese che viveva a Savona con la moglie Gabriella, nativa della nostra città. Diventammo molto amici e suonammo insieme per tre anni in giro per la Liguria.

Nel 1991 Paddy e Gabry si trasferirono in Irlanda, vicino a Dublino, e io andai a trovarli durante le festività natalizie, mettendo così piede per la prima volta nell’Isola di Smeraldo.

Una sera andammo a casa di una coppia di loro amici che di lì a poco sarebbero partiti per l’America, per motivi di lavoro, per restarci almeno un anno.

Sentimmo una ballata struggente, Caledonia, cantata da Dolores Keane, che parla dell’amore sconfinato per la propria patria, la Scozia. Tutti avevano gli occhi lucidi. In realtà questa canzone è amatissima anche in Irlanda, come ho visto ogni volta che l’ho suonata e cantata in session in moltissimi pub.

Quindi i rapporti umani e la musica mi hanno portato in Irlanda, terra che ormai è la mia seconda patria.


Se dovessi spiegare a un lettore italiano perché la musica tradizionale irlandese continua a parlare anche a chi irlandese non è, cosa gli diresti?

La musica tradizionale irlandese affascina moltissime persone, italiane, europee, americane, asiatiche, a prescindere da eventuali ascendenze.

Ho partecipato ad alcune session in cui c’erano piper, cioè suonatori di cornamusa, o fiddler, violinisti, giapponesi, asiatici, bretoni, australiani e così via.

I motivi di questa fascinazione sono molteplici. Tra questi c’è senza dubbio la grande ricchezza e varietà melodica, armonica, timbrica e ritmica.

Si passa dalle ballate più struggenti e malinconiche in 4/4 alle gighe accattivanti e coinvolgenti in 6/8 o 9/8, dalle marce in 2/4 agli hornpipe dal curioso ritmo puntato, dalle polche e mazurke ai reel più sfrenati e travolgenti.

Inoltre quello che colpisce moltissimo tutti è la straordinaria varietà e il numero di strumenti che si possono vedere e ascoltare in alcune session: violini, cornamuse irlandesi, flauti traversi in legno, tin whistle, chitarre, bouzouki irlandesi, banjo a quattro corde, accordion, concertine, arpe celtiche, hammer dulcimer, bodhrán, percussioni varie come cucchiai e ossa.

L’impasto e l’impatto sonoro sono fantastici.

Un altro importante motivo è che questa musica tradizionale si rinnova nell’interpretazione ad ogni generazione, pur mantenendo la fedeltà alle varie composizioni. Così i giovani continuano ad appassionarsi e a suonarla, e in ogni session ci sono musicisti di ogni età, senza alcuna preclusione.


Nelle session irlandesi la musica non è solo esecuzione, ma anche relazione, ascolto, attesa, condivisione. Che cosa hai imparato entrando in quel mondo da musicista italiano?

Partecipare alle session in Irlanda è un’esperienza meravigliosa, perché si viene sempre accolti con simpatia e gentilezza, ovviamente se si mantiene un atteggiamento rispettoso.

Io, ad esempio, ho sempre chiesto se potevo partecipare e, se arrivavo a session iniziata, aspettavo il momento giusto, la prima pausa, per avvicinarmi al leader della session e avere il suo ok.

Ma molte volte era qualcuno dei musicisti che, vedendomi magari in piedi con lo strumento nella custodia, in Irlanda porto sempre solo il bouzouki, mi sorrideva e mi faceva cenno di unirmi a loro.

Dopo qualche set di tunes, invariabilmente ci si presenta e si scambia qualche parola. Sempre mi hanno chiesto se volevo suonare o cantare qualche brano a mia scelta, ed era una bella soddisfazione essere ascoltati con attenzione e poi gratificati dai complimenti dei musicisti e dagli applausi dei clienti.

In certi pub, come il famosissimo Matt Molloy’s di Westport, ci sono sempre tantissime persone che circondano l’angolo dei musicisti, sedute e in piedi. Ti senti avvolto: un’esperienza davvero bellissima.

Negli ultimi cinque viaggi siamo tornati sempre e solo nel Nord Ovest, nelle contee di Donegal, Sligo e Mayo, e in molti pub ritrovo musicisti ormai amici.

L’emozione più grande è quando, finita la session, fai per uscire dal pub e tante persone ti ringraziano per aver suonato per loro, ti danno pacche sulle spalle, ti sorridono, spesso ti offrono pinte di birra.

Le prime volte non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie. Fantastico.


C’è un incontro, una session o una serata in Irlanda che ancora oggi senti come simbolica del tuo rapporto con questo Paese?

Ci sono stati diversi bellissimi incontri, sfociati poi in amicizie, nei B&B, nelle session, per strada. Alcuni li ho raccontati nel mio libro Irish People. Oggi invece ti racconto questo incontro.

Eravamo a Kilcar, delizioso piccolo paese nella contea di Donegal, a pochi chilometri dalle incantevoli Slieve League, ospiti in un B&B sulle scogliere, con una splendida vista sull’oceano.

La sera scendiamo in paese, dove c’è molta animazione perché è la settimana del Kilcar Festival.

Nella strada principale è parcheggiato un tir, con la fiancata aperta. Sopra ci sono due musicisti, chitarra e accordion, che suonano ovviamente musica tradizionale. In strada ci sono molte persone che ballano, guidate da un caller, un maestro che con un microfono indica quale figura della danza suonata in quel momento, jig, reel o hornpipe, debba essere eseguita.

I ballerini più esperti aiutano quelli in difficoltà. Raffaella, che è una brava danzatrice sia di set che di step dances, si unisce subito e dopo pochi minuti si ritrova a ballare vicino a una signora, già di una certa età ma molto vispa, che la aiuta nelle danze che Raffaella non conosce.

Il bello è che non ci sono transenne a delimitare e proteggere la zona ballo, e quando qualche automobile o pullman deve passare, senza alcun problema i ballerini si spostano e il mezzo passa. Mi immagino la scena in Italia: fantascienza.

Dopo le danze io naturalmente mi unii a una supersession nel pub principale di Kilcar, dove una violinista che era venuta a Savona molti anni prima e con cui avevo suonato in session mi riconobbe subito e mi chiamò per nome.

Ma il fatto più importante è che da quel semplice incontro tra Raffaella e Moya, questo il nome della gentile signora, che poteva benissimo finire lì, è nata invece una bellissima amicizia che dura tuttora.

Moya infatti ci invitò a casa sua per uno spuntino, la mattina seguente. Lassù, in una casa con vista spettacolare sull’oceano, ci presentò una buona parte della sua numerosa famiglia e ci offrì un ricchissimo pranzo, altro che spuntino.

Un’atmosfera calda e cordiale, con tante persone di diverse generazioni, tutte estremamente accoglienti. Io suonai qualche ballata e qualche tune, ci sentimmo veramente accolti in famiglia.

E poi nei giorni e negli anni seguenti passammo altri bellissimi momenti. Come potremmo non tornare spesso in Irlanda?


Il titolo Irish People mette al centro le persone, non semplicemente l’Irlanda come paesaggio. Perché questa scelta? Che cosa cercavi nei volti e negli incontri raccolti durante i tuoi viaggi?

Come puoi immaginare, il mio archivio fotografico sull’Irlanda è sconfinato: migliaia di diapositive analogiche e migliaia di foto digitali.

Quando decisi di preparare uno slide show con i miei migliori scatti, pensai che c’erano in giro centinaia, migliaia di pubblicazioni cartacee e digitali sui meravigliosi paesaggi irlandesi.

Io però ho sempre amato fotografare anche le persone, soprattutto di una certa età, perché hanno volti che raccontano una vita intera.

Avevo quindi molti ritratti di donne e uomini incontrati e conosciuti durante i nostri viaggi e, mentre sceglievo i più significativi e li elaboravo in bianco e nero virato seppia, mi accorsi che quei volti, così espressivi, rappresentavano l’Irlanda molto più degli iconici panorami, almeno per me.

Consultando i miei diari di viaggio e guardando quei volti, mi tornarono in mente anche tanti aneddoti relativi a quegli incontri e cominciai a scrivere.

Negli anni avevo anche registrato, da solo e con amici musicisti, vari tunes e canzoni tradizionali irlandesi e scozzesi, oltre ad alcune mie composizioni strumentali di ispirazione celtica.

Il mio amico Sandro, sempre quello del viaggio in Scozia, mi suggerì di allegare al mio libro di fotografie un CD con quei brani, in quarta di copertina. E così ho fatto, aggiornando il libro ad ogni nuovo viaggio.

Il CD ha come titolo Roberto Storace & Friends.


Fotografare una persona durante una session o in un contesto musicale significa cogliere qualcosa di molto vivo e fragile. Come nasce per te una buona fotografia in quei momenti?

È vero, bisogna saper cogliere l’attimo, e in questo sei molto aiutato se conosci le dinamiche della musica che è suonata in quel momento o addirittura se conosci i musicisti.

Durante le session in cui suonavo, mi prendevo ogni tanto delle brevi pause proprio per fotografare l’intero gruppo di suonatori, a volte una quarantina, o uno solo di loro.

Guardavo le diverse espressioni del viso, gli sguardi di complicità, le mani, a volte anche solo gli strumenti appoggiati sui tavolini, tra le numerose pinte di Guinness.

E poi gli ascoltatori, ammucchiati tutto intorno ai musicisti: qualche fortunato seduto su panche o sgabelli, molti in piedi con il boccale in mano.

Tutti bellissimi soggetti da catturare in uno scatto.


Nel tuo lavoro fotografia e musica sembrano dialogare continuamente. Una racconta ciò che l’altra non riesce a dire? Che rapporto c’è, per te, tra immagine e suono quando si parla d’Irlanda?

È verissimo. Sono da sempre due mie grandi passioni e dialogano inevitabilmente e continuamente, integrandosi e supportandosi a vicenda.

D’altronde credo che capiti a ciascuno di noi: non possiamo immaginare un film senza una colonna sonora, così come una musica ci evoca sempre delle immagini, a volte dal profondo della nostra memoria.

Quando parliamo d’Irlanda, poi, succede qualcosa di particolare, addirittura di ancestrale.

Ne parlo sempre durante le presentazioni del mio libro. La bellissima musica tradizionale irlandese è indissolubilmente legata ai meravigliosi paesaggi di questa sorprendente isola.

Quando, sferzato dal vento, ti avvicini al bordo di una delle sue tante incredibili scogliere, o cammini lentamente sulle rive silenziose di uno dei suoi innumerevoli laghetti incantati, o sali sulla vetta di un’aspra collina, immerso in mille sfumature di verde e sovrastato da un cielo senza confini, percorso da velocissime nuvole, subito ti torna alla mente una di quelle struggenti arie suonate da una cornamusa o da un tin whistle, da un violino o da un’arpa.

Viceversa, se senti una di quelle melodie, sei istantaneamente trasportato in uno di quei luoghi, che hai vissuto di persona o visto al cinema o in fotografia.

E, per finire, quando compongo una musica penso a uno di quei luoghi o a uno di quei famosi incontri di cui parlavo prima.


L’Irlanda che hai raccontato nel tuo libro e nella tua musica è lontana dall’immagine più turistica dell’isola. Che Irlanda hai incontrato davvero, dietro pub, strumenti e volti?

La mia Irlanda si tiene ben lontana dalle rotte turistiche più battute, quelle ritenute “imperdibili”.

Sia chiaro, siamo stati anche noi nei luoghi iconici, più volte, ma cercando sempre itinerari nascosti, in orari inconsueti, avvicinandoci con la nostra auto e poi camminando per chilometri lungo le scogliere, nelle torbiere, intorno ai laghi, su per i monti, sulle infinite spiagge oceaniche.

Mi basta scriverlo, adesso, per rivedermi là e rivivere quelle emozioni.

Ritengo inoltre che sia indispensabile soggiornare molto più a lungo della media turistica nei vari luoghi visitati, per riuscire a coglierne l’essenza, per gustarseli senza fretta, a piedi, e soprattutto per riuscire a fare conoscenza con qualche abitante del posto. Cosa assai facile, in realtà, se solo si vuole e non si ha la fretta di andare a piantare la bandierina in tre o quattro mete nella sola mattina.

Dopo colazione, nei B&B, noi abbiamo sempre parlato a lungo con i proprietari, che spesso ci hanno dato preziosi consigli su cosa andare a vedere.

Ovviamente questo richiede di limitare drasticamente il numero di contee da visitare, decidendo di tornare più volte in Irlanda.

Noi da molti viaggi ormai torniamo soprattutto per rivedere alcuni amici, irlandesi e italiani, che abbiamo là e per respirare quell’aria “di casa”.

E per partecipare a quelle meravigliose session.

L’ultima volta che siamo stati là, in Donegal, era l’estate del 2024. Entro in Kilcar, il paese di cui parlavo prima, e percorro lentamente la lunga strada in discesa, cercando il nostro B&B. Ma vedo una sagoma familiare, un uomo alto che sta pitturando il muretto davanti alla sua casa.

“Ma quello è Eunan!”, dico a Raffaella.

Abbasso il finestrino e lo chiamo. Lui si gira, ci fa un gran sorriso e ci dice subito:

“Stop here and have a tea with us.”

Siamo entrati in casa, accolti come familiari, e c’erano vari fratelli, sorelle, figli, nipoti. La tavola si è ricoperta di tazze di tè, torte, scones, burro e marmellata.

Questa è la nostra Irlanda.


 

Musica, fotografia e incontri: l’Irlanda che resta

L’intervista a Roberto Storace ci ricorda che l’Irlanda non si incontra soltanto nei suoi luoghi più celebri, ma anche nei gesti apparentemente piccoli: una session in un pub, una ballata ascoltata con gli occhi lucidi, una danza improvvisata in strada, una fotografia scattata al momento giusto, un invito a entrare in casa per una tazza di tè.

Nel suo racconto, musica e fotografia diventano due modi diversi di custodire lo stesso legame. La musica restituisce il suono dell’Irlanda; la fotografia ne trattiene i volti, le mani, gli sguardi, le atmosfere.

E forse è proprio qui che la sua esperienza incontra lo spirito di Passione Irlanda: nel desiderio di raccontare l’isola non solo come destinazione, ma come relazione.

Perché l’Irlanda più profonda, spesso, non è quella che si attraversa in fretta.
È quella che ti riconosce quando torni.
E che, prima o poi, ti invita a fermarti per un tè.

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