Paolo Gulisano è un medico di professione e uno scrittore per passione.
Uno scrittore prolifico, dato che dal 1996 a oggi, in trent’anni, ha pubblicato oltre quaranta saggi storici e letterari e tre romanzi.
In questa abbondante produzione, una buona parte riguarda l’Irlanda, che Gulisano da sempre definisce “la mia patria dell’anima”.
Ha scritto L’isola del destino e Per la gloria di Irlanda, rispettivamente sulla storia antica e quella moderna dell’isola. Inoltre ha dedicato saggi alle figure più importanti della storia cristiana: un volume su san Patrizio, uno su san Colombano, uno su san Malachia. Poi ha dedicato un libro a padre Vincent Mc Nab, domenicano di Belfast amico del grande scrittore Chesterton dal titolo suggestivo di Babylondon. Poi un saggio dedicato ad uno dei più importanti scrittori irlandesi, Oscar Wilde. Infine, uno dei suoi tre romanzi, Il prodigio di Lisbona, è ambientato tra Irlanda Scozia e Portogallo.

Sette saggi e un romanzo: è sufficiente per attribuirgli il titolo di amico, appassionato, esperto dell’Irlanda.
Gli lasciamo la parola per descrivere i suoi legami con l’Isola di Smeraldo.

Estate del 1983: era l’alba quando il traghetto partito durante la notte dal Galles arrivò davanti a Dun Laoghaire, il porto d’accesso all’Irlanda. Era la prima immagine che ebbi dell’isola che avevo a lungo sognato: le case basse, le guglie delle chiese. L’avevo tanto sognata, ed eccomi arrivato. Avevo letto tanto di lei, mi ero riempito le orecchie e il cuore con la sua musica: i fiddles, i bodhran, le Uillean pipes. Due anni prima avevo trepidato per lei, per gli Hunger Strikers che avevano dato la vita per la causa della libertà e della riunificazione. Ancora prima, mi ero commosso quando papa Giovanni Paolo II era venuto pellegrino nella terra di san Patrizio e santa Brigida a confermare nella fede gli irlandesi.

A ventiquattro anni finalmente mettevo piede in quella terra che avevo amato a distanza. Ora avveniva l’incontro. Dentro di me un piccolo timore: e se sarebbe stata una delusione? Se mi fossi fatto dei miei film che non coincidevano con la realtà? Invece accadde che la realtà si rivelò più bella dei sogni. In Irlanda mi sentii a casa.
Molti sono i motivi che possono condurre ad avvicinarsi all’Irlanda: dall’amore per la natura alla storia, all’archeologia, dalla musica alla politica alla letteratura, ma un aspetto particolare della storia e del presente dell’isola merita attenzione: la religione in generale, e in il Cristianesimo in particolare, che ha trovato presso questo piccolo popolo un interprete di straordinaria importanza.

La fede degli irlandesi è stata testimonianza e modello per tutto il mondo cristiano, dall’antichità ad oggi. Una fede vissuta in modo vibrante, appassionato, una fede che generava monaci, mistici, santi, o anche solo famiglie in grado di superare prove terribili come la persecuzione, la miseria, l’emigrazione. Nel 1983 la toccai con mano con vividezza. Feci, l’ultima domenica di Luglio, il pellegrinaggio nazione al Croagh Padraig, il monte dal quale san Patrizio cacciò i serpenti dall’isola, in una sorta di gigantesco, esorcismo. Arrivai fino in cima, godendo dello straordinario spettacolo della placida baia dove l’Oceano atlantico trova quiete. Vidi le persone che compivano l’ascesa al monte a piedi nudi. Vidi l’anima profonda, immortale, dell’Irlanda.
Girai per tre settimane, da nord a sud, da Derry ad Athlone, da Aran Mòr al Ring of Kerry. Non vidi solo luoghi meravigliosi: incontrai persone. Compresi chi erano gli irlandesi, e mi sentii uno di loro, volli essere uno di loro, e ciò non comportò alcuno sforzo. Da allora volli raccontare con articoli e libri questa terra antica, magica, affascinante, diventata negli ultimi anni oggetto di desiderio per tutti coloro che, visitandola o semplicemente sentendone parlare, ascoltando la sua musica, leggendo i suoi miti e le sue tragiche vicende storiche, vi hanno in vario modo dato il proprio affetto.

Ancora oggi, dopo più di quarant’anni, vi faccio ritorno. Molte cose sono cambiate, e non sempre in meglio.
In Italia, dove vivo come un esule irlandese, ho visto crescere l’interesse per questo lontano paese, per questa terra del mito che accende nel cuore sogni e visioni. Non c’è ormai città che non abbia il suo Pub irlandese, ove bere birra scura e magari ascoltare la musica tradizionale celtica che annovera sempre più estimatori. Anche nella mia città, Lecco, ve ne è uno, che frequento con assiduità essendo anche il presidente del locale Celtic Supporters Club, la squadra di calcio scozzese ma nata in seno alla comunità degli immigrati irlandesi e alla cui storia ho dedicato il mio ultimo libro, Dio palla e famiglia.
E a proposito di libri: anche la letteratura e la cinematografia hanno contribuito ad alimentare l’interesse e la passione per questo paese, ormai conosciuto non solo per il celebrato James Joyce, ma anche per un numero davvero considerevole di scrittori, a cominciare dal premio Nobel Seamus Heaney, un grande poeta nativo del Nord dell’isola, le Sei Contee che ancora attendono la riunificazione.

Non ho mai nascosto il mio appoggio alla causa repubblicana, alla causa di questa riunificazione in un’unica nazione. Tuttavia l’attuale scenario politico irlandese mi ha un po’ deluso. Nessuno degli attuali partiti più importanti sembra convincente. Probabilmente se votassi in Irlanda sceglierei Aontù, una piccola formazione che si è staccata dallo Sinn Fèin, e che sostiene non solo la riunificazione dell’isola, ma anche l’identità gaelica e i valori etici della famiglia.
Questi valori sono stati messi sotto attacco da anni da ideologie estranee alla tradizione e alla cultura irlandese, per lo più di importazione, che hanno avuto a disposizione ingenti mezzi economici e il controllo dei media.
Il cinema, che da tempo ha attinto a piene mane alla storia, ai miti, ai drammi di Irlanda, da Michael Collins al Bloody Sunday, dalla rivolta per l’indipendenza senza trascurare – anzi, indulgendovi a volte spietatamente – i problemi della contemporaneità, della nuova Irlanda che sembra avviarsi all’omologazione nei gusti e nei comportamenti col resto del mondo occidentale.

La vertiginosa crescita economica (la cosiddetta “tigre celtica”) poi ridimensionata, l’arrivo di grandi multinazionali, il boom turistico internazionale hanno trasformato l’Irlanda, mettendo in pericolo uno straordinario patrimonio umano e culturale.
Contro il rischio di perdere la propria anima autentica,
il rimedio è quello della memoria: una memoria storica che rifugga dagli stereotipi, dalla retorica, così come dalle semplificazioni e dalle mistificazioni.
La memoria storica può consegnarci in tutto il suo fascino e interesse il quadro composito e allo stesso tempo nitido dell’identità irlandese.

L’Irlandesità non è principalmente una questione di nascita o di sangue o di lingua: è la condizione di chi è coinvolto in questa storia, in questo destino irlandese.
Per questo mi sento di invitare chi condivide questa condizione a volere bene e a volere il bene dell’Irlanda.
Qual’era l’identità che rese possibile i grandi santi del Medioevo, i missionari che sciamarono per tutta l’Europa, i nobili cavalieri che si spinsero fino alle riarse pietraie della Palestina, gli uomini che cacciati dalle loro terre dalle ragioni perverse del Potere che li odiava furono costretti per tutto l’Ottocento ad emigrare in tutto il mondo: dalle tundre del Canada fino ai deserti dell’Australia; dai quartieri malsani delle città industriali britanniche fino ai grattacieli di New York? Una identità fondata su un tipo di Fede, intensa, mistica, innamorata, che ha retto per 1.500 anni, che ha affrontato prove e persecuzioni, che ha seminato in ogni parte del mondo e dato frutti.
Una fede che aveva raccolto e valorizzato anche la tradizione pre cristiana, quella dei miti. Ancora oggi, come quando ero ragazzo, leggo e rileggo gli antichi miti e leggende di quest’isola, dove il mito ha sempre accompagnato la storia antica, intrecciandosi con la realtà come in uno dei disegni dell’antica arte celtica, come la vediamo rappresentata nelle miniature del Libro di Kells – una delle più straordinarie espressioni figurative dell’umanità- o come nei bassorilievi scolpiti sulle grandi croci di pietra, e che sono andati a formare la tradizione irlandese.
Dalla lunga tradizione civile, religiosa, culturale irlandese emerge una straordinaria passione per la libertà: una passione mai venuta meno nei secoli e che l’Irlanda ha fatto sentire all’Europa e al mondo.

.L’Irlanda è una nazione che ha ancora tanto da dare, e tante storie da raccontare.

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