Linguista e coautrice del volume L’irlandese contemporaneo, Viviana Masia racconta il valore della Gaeilge oggi: non una lingua “museale”, ma una chiave per entrare più profondamente nella cultura, nella memoria e nell’identità dell’Irlanda.
Quando in Italia si parla di Irlanda, pensiamo spesso ai suoi paesaggi, alla musica tradizionale, ai pub, alla letteratura, alla storia, ai viaggi lungo la Wild Atlantic Way o alle città più amate dai viaggiatori.
Molto più raramente, però, ci fermiamo a riflettere sulla lingua irlandese.
Eppure la Gaeilge non è un dettaglio secondario. È uno degli elementi più profondi dell’identità dell’isola. Nei nomi dei luoghi, nelle formule di saluto, nei termini legati alla musica, alla natura, all’accoglienza e alla vita quotidiana si custodisce una parte importante della storia irlandese.
Per questo abbiamo chiesto a Viviana Masia, linguista e coautrice del volume L’irlandese contemporaneo, di raccontarci che cosa significa oggi avvicinarsi alla lingua irlandese.
Il suo sguardo ci aiuta a superare un equivoco molto diffuso: pensare all’irlandese come a una lingua antica, simbolica, quasi “museale”, legata più al passato che al presente. In realtà, come emerge dalle sue risposte, l’irlandese è una lingua che continua a raccontare il rapporto tra memoria e identità, tra cultura e paesaggio, tra storia e uso contemporaneo.
Conoscere anche solo alcune parole, alcune espressioni o alcuni toponimi irlandesi può cambiare il modo in cui guardiamo l’isola. Perché dietro un nome, una formula di benvenuto o il nome di un luogo non c’è soltanto una traduzione: c’è un modo di abitare il mondo.
Il titolo del volume è “L’irlandese contemporaneo”. Già questa scelta sembra voler spostare l’attenzione da una lingua percepita spesso come antica, simbolica o quasi “museale” a una lingua viva. Che cosa significa oggi parlare di irlandese contemporaneo?
L’aggettivo “museale” è molto pertinente, perché ci fa pensare a qualcosa di storico, statico, passato, quasi a un reperto che più invecchia, più acquista valore.
Per una lingua, però, le cose sono diverse. Una lingua che non viene parlata non acquista valore: nel tempo può dileguare, scomparire del tutto o trasformarsi in qualcos’altro.
L’enfasi sulla contemporaneità nel titolo del libro si contrappone proprio all’idea di una lingua non più vitale, considerata solo come espressione di un retaggio storico.
In ambito accademico, soprattutto in Italia, gli studi di irlandese antico e di filologia celtica hanno avuto più spazio, mentre non esistono vere linee di ricerca dedicate all’irlandese di oggi e al suo uso attuale. Da linguista, mi sono avvicinata all’irlandese guardando alle sue peculiarità strutturali e al suo funzionamento contemporaneo.
Mi sono resa conto di quanto l’irlandese sia una lingua ricca di fenomeni interessanti, ma ancora poco esplorati.
C’è poi un paradosso evidente. La Costituzione irlandese del 1937 riconosce l’irlandese come prima lingua ufficiale dell’Irlanda, seguita dall’inglese. Tuttavia, il suo effettivo status nella società irlandese non corrisponde sempre a quello di una lingua ufficiale pienamente usata. Le aree del Gaeltacht in cui la lingua è ancora vitale sono poche, e limitate sono anche le comunità di parlanti che la usano o la conoscono davvero.
Uno degli errori più comuni è pensare all’irlandese come a un “dialetto” o a una lingua vernacolare. È una percezione lesiva per la storia di questa lingua e delle sue principali varietà, Connacht, Munster e Ulster.
Parlare di irlandese contemporaneo significa quindi parlare di una lingua che può ancora schiudere una grande ricchezza culturale e scientifica. Una ricchezza spesso nascosta, poco apprezzata, ma fondamentale per comprendere più a fondo l’Irlanda.
Anche molte ricorrenze irlandesi diffuse nel mondo, come Halloween o il giorno di San Patrizio, vengono spesso vissute fuori dall’Irlanda in modo festaiolo o commerciale. Ma il loro senso profondo è legato alla storia dell’isola, e molto di ciò che appartiene a questa storia è racchiuso proprio nella lingua.
Una lingua è un veicolo di tratti identitari e culturali non sempre traducibili. Alcuni significati esistono davvero solo dentro una comunità linguistica, e come tali vanno conosciuti.
Quando in Italia si parla di Irlanda, la lingua irlandese resta spesso sullo sfondo: si parla di paesaggi, musica, storia, letteratura, ma meno della Gaeilge. Secondo te, che cosa perdiamo dell’Irlanda se non ci avviciniamo alla sua lingua?
Perdiamo la storia di un popolo.
Lo studio del lessico di una lingua può restituirci numerosissime informazioni sulla storia della comunità che la parlava: usanze, istituzioni, abitudini, festività, modi di vivere.
Il linguaggio verbale è stato ed è ancora oggi uno dei più importanti strumenti di diffusione e trasmissione di una cultura. Una lingua può racchiudere un bagaglio di storie, identità ed elementi culturali che hanno contribuito a delineare i connotati di un popolo antico come quello celtico.
L’irlandese, diversamente dall’inglese, è una lingua molto conservativa. Questo rende la sua struttura e il suo repertorio lessicale ancora più importanti come veicoli di contenuti culturali.
Ha mantenuto peculiarità sintattiche, come l’ordine Verbo-Soggetto-Oggetto nelle frasi, e caratteristiche fonologiche proprie. Anche alcuni prestiti dall’inglese sono stati adattati graficamente e fonologicamente alla struttura dell’irlandese.
La vera scoperta culturale avviene quando ci rendiamo conto che alcune parole non hanno una traduzione perfetta in altre lingue.
Un esempio è “fáilte”, spesso tradotto come “benvenuto” o “welcome”. Ma questa parola rimanda a un’idea di accoglienza calorosa e ospitale, profondamente radicata nella tradizione irlandese, che l’italiano “benvenuto” non riesce a rendere nello stesso modo.
Un altro caso è “craic”, parola passata anche nell’inglese parlato in Irlanda, in espressioni come “What’s the craic?”. Non esiste un termine inglese capace di tradurla pienamente, perché rimanda a un’idea di socialità, atmosfera e convivialità tipica della cultura irlandese.
Per questo la lingua contemporanea ha ancora moltissimo da dirci. Anzi, bisognerebbe portare maggiore attenzione proprio sugli usi colloquiali, perché riflettono le persistenze culturali di una comunità molto più della lingua formale.
L’irlandese è una lingua profondamente legata all’identità dell’isola, ma vive anche dentro una realtà moderna, plurilingue e globalizzata. In che modo il volume racconta questa tensione tra eredità culturale e uso contemporaneo?
Nel volume abbiamo scelto prima di tutto di avvicinare il lettore a questo sistema linguistico con un atteggiamento positivo, senza metterlo subito di fronte alle questioni identitarie più complesse.
Il nostro obiettivo è stato rimarcare il profondo legame tra la lingua irlandese e il suo Paese, e quindi l’importanza di conoscerne la bellezza per arrivare a una comprensione più completa dell’Irlanda e del suo popolo.
Le forme e gli usi linguistici sono uno scrigno di usanze e tradizioni. Spesso non siamo abituati a conoscere una cultura attraverso la lingua che la veicola, eppure proprio lì si trova una parte essenziale del suo mondo.
Oggi la diffusione della cultura irlandese è per lo più affidata all’inglese. Ma questa è una scelta poco naturale, se pensiamo che sarebbe come diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo attraverso il tedesco, lo spagnolo o il francese.
Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che l’inglese in Irlanda non è stata semplicemente una lingua convivente con l’irlandese: è stata anche la lingua della dominazione. L’inglese è arrivato alimentando la convinzione che l’irlandese non avesse pari status e dovesse essere eliminato. Quando a una convinzione simile si aggiungono fattori economici, politici e di avanzamento sociale, l’uso e la diffusione di una lingua si riducono ancora più rapidamente.
Nel nostro libro proviamo a chiarire che l’irlandese non è un dialetto, ma una lingua a pieno titolo, espressione di identità e appartenenza. Tuttavia, sulla sua diffusione si è spesso ragionato in termini di utilità e convenienza: l’idea che solo l’inglese possa assicurare lavoro e posizione sociale ha indebolito il desiderio di studiare l’irlandese per il solo valore culturale e personale di farlo.
Per questo abbiamo descritto la struttura e le caratteristiche dell’irlandese in modo piacevole da leggere, senza trascurare alcune nozioni di base. Crediamo molto in questo approccio, tanto che abbiamo in programma anche un nuovo volume dedicato a “10 lezioni sull’irlandese”, con capitoli brevi su fenomeni specifici della lingua.
Oggi lo studio di una lingua straniera è sempre più legato alla sua utilità professionale. Ma conoscere una lingua solo per lavoro è una prospettiva limitante. La componente emotiva, culturale e motivazionale resta fondamentale.
Nel caso dell’irlandese, se la conoscenza della lingua non viene trasmessa per retaggio familiare o eredità culturale, bisogna trovare un motivo valido per studiarla. E quel motivo può essere proprio il desiderio di conoscere meglio l’Irlanda.
Per un lettore italiano, l’irlandese può sembrare una lingua lontana e difficile. Quali sono, invece, gli aspetti che potrebbero sorprenderci di più, dal punto di vista culturale, espressivo o sociale?
Dobbiamo abituarci a pensare che “facile” e “difficile”, quando parliamo di lingue, sono misure relative, non assolute.
Si dice spesso che l’inglese sia una lingua facile e l’italiano una lingua difficile. Queste valutazioni si basano su parametri come la complessità morfologica delle parole o l’organizzazione sintattica. Ma l’inglese, ad esempio, crea molte difficoltà agli italiani con i suoi phrasal verbs, proprio perché una singola particella può cambiare radicalmente il significato di un verbo.
In questo senso, l’irlandese ha aspetti che possono risultare meno lontani dall’italiano di quanto si pensi. Ha paradigmi nominali e verbali complessi e variabili, come l’italiano, e resta comunque una lingua indoeuropea.
Quando mi sono avvicinata per la prima volta all’irlandese, sono rimasta sorpresa dalle formule di saluto.
“Buongiorno” in irlandese si dice “Dia duit”, letteralmente “Dio sia con te”. La risposta è “Dia’s Muire dhuit”, cioè “Dio e Maria siano con te”.
Da persona religiosa e praticante, ho sempre pensato che augurare a qualcuno una giornata accompagnata dalla presenza di Dio sia uno dei modi più sublimi per rivolgere un saluto. Più che un semplice saluto, in irlandese si augura una protezione speciale per tutta la giornata.
Questa peculiarità è ancora più interessante se pensiamo che appartiene alla lingua di un popolo originariamente politeista e non cristiano. Sembra nascondere un sincretismo religioso in cui convivono antichi elementi di venerazione della natura ed elementi della cristianità.
Dal punto di vista strutturale, uno degli aspetti più particolari dell’irlandese è la sintassi verbo-iniziale, caratteristica delle lingue celtiche, che le differenzia da molte altre lingue indoeuropee.
Ma anche il legame con la natura è molto evidente. L’irlandese possiede un ricco repertorio lessicale per descrivere montagne, coste, torbiere, vento, pioggia e mare. È il riflesso di una cultura che per secoli ha vissuto in stretto rapporto con l’ambiente naturale.
Un altro aspetto interessante è che in irlandese non esiste un verbo equivalente a “avere” o “possedere”. Il possesso viene espresso con una costruzione che equivale a “è X presso di me”. Lo stesso avviene per alcuni stati fisici, emotivi o psicologici, come avere fame, avere paura o sapere. Questo impone un modo diverso di concepire certi eventi, sia dal punto di vista concettuale che sintattico.
Spesso le lingue minoritarie vengono raccontate solo attraverso la lente della sopravvivenza o della perdita. Nel caso dell’irlandese, è una prospettiva sufficiente o rischia di essere riduttiva?
È una prospettiva riduttiva.
Una lingua minoritaria non è necessariamente una lingua che rischia l’estinzione. Per fortuna, oggi dell’irlandese possediamo moltissime informazioni, sia sulla sua storia sia sulla sua contemporaneità.
Anzi, l’irlandese è la lingua celtica più studiata e citata nei manuali di linguistica in ambito accademico. Del gaelico scozzese, del gallese, del bretone si parla meno, e ancora meno delle lingue celtiche ormai non più vitali, come il cornico, il mannese, il gallico o il celtiberico.
La vitalità dell’irlandese è legata anche alla storia migratoria iniziata con la Grande Carestia, An Gorta Mór, intorno alla metà del XIX secolo. Gli irlandesi che partirono verso terre più sicure portarono con sé anche la loro lingua, la musica e la danza, anche se l’inglese si era già affermato come lingua dominante.
Oggi, nonostante le previsioni talvolta poco ottimistiche sul futuro dell’irlandese, diversi studiosi si sono chiesti che cosa mantenga ancora in vita questa lingua.
In Irlanda sono state intraprese iniziative di rivitalizzazione, e in questo forum e social network hanno avuto un ruolo importante. Un’esperienza interessante è quella del “Club Bród”, nato nel 2012, che promuove l’uso dell’irlandese nei media. L’idea è che i social network possano offrire alla lingua un’occasione di vitalità, qualunque sia il livello di competenza degli utenti.
Un mantra associato a questo progetto è “cúpla focal”, cioè “poche parole”: anche un irlandese di base può offrire un’opportunità di sviluppo delle competenze linguistiche.
Un’altra esperienza importante è quella del “Conradh na Gaeilge”, dedicato alla promozione della lingua e della cultura irlandese nel mondo. I post pubblicati su questa piattaforma sono interamente redatti in irlandese, spesso con espressioni colloquiali e di uso comune. Questo la rende uno strumento didattico molto utile per mostrare la vitalità attuale della lingua.
Parlare solo di “sopravvivenza” o di “perdita” sarebbe quindi riduttivo. Le iniziative per favorire l’uso e la diffusione dell’irlandese sono numerose. È difficile fare previsioni sul futuro, perché molto dipende da strategie di investimento, politiche di governo, mercato e convenienza. Ma l’irlandese non è semplicemente una lingua da rimpiangere: è una lingua che continua a cercare spazi di vita.
La lingua non vive mai da sola: porta con sé letteratura, memoria, musica, paesaggio, storia e modi diversi di vedere il mondo. Secondo te, in che modo avvicinarsi all’irlandese può aiutare anche a comprendere meglio la cultura irlandese nel suo insieme?
Una lingua racchiude buona parte della cultura di un popolo perché nasce con essa.
Noi esseri umani costruiamo cultura nel momento in cui diamo un nome alle cose, e questo possiamo farlo solo attraverso un codice linguistico.
L’irlandese, essendo una lingua conservativa, ha mantenuto molte espressioni con il loro potenziale semantico, cioè con il loro significato profondo, e quindi con i loro connotati culturali.
Pensiamo ai toponimi. Molti nomi di luogo irlandesi derivano da parole gaeliche che descrivono montagne, fiumi, coste e luoghi sacri.
“Croagh Patrick” deriva da “Cruach Phádraig”, “la rocca di San Patrizio”.
“Kinsale” deriva da “Cionn tSáile”, “la testa della marea”.
“Kildare” deriva da “Cill Dara”, “chiesa della quercia”.
“Donegal” deriva da “Dún na nGall”, “il forte degli stranieri”, con riferimento ai vichinghi.
Molti di questi toponimi sono passati all’inglese per anglicizzazione fonetica, non per traduzione. Per questo il nome inglese, spesso, non ha un senso apparente finché non si recupera la forma gaelica sottostante.
Anche parole come “feadóg” o “bodhrán” indicano strumenti musicali tipici della cultura irlandese e non potrebbero essere rese davvero in altro modo.
È vero: un turista che visita l’Irlanda non penserà necessariamente di studiare un po’ di gaelico prima del viaggio. Per cavarsela gli basta l’inglese. Però credo che un avvicinamento all’irlandese possa essere promosso in modo leggero, attraverso piccole pillole linguistiche piacevoli da leggere.
Un portale che parli d’Irlanda non dovrebbe trascurare una pagina dedicata alla sua vera lingua, magari in una forma accessibile anche al lettore meno esperto.
Spiegare il valore di certe parole, di certe formule di saluto, di certi nomi di luogo, aiuterebbe il lettore a capire che informarsi sulla lingua parlata in un Paese non è un dettaglio in più, ma un’opportunità per comprenderne più profondamente la cultura.
La lingua è lo strumento di trasmissione culturale per eccellenza.
Che ruolo può avere oggi un libro come “L’irlandese contemporaneo” per chi studia lingue, linguistica o cultura irlandese in Italia? E che ruolo può avere, invece, per un lettore non specialista, ma curioso di conoscere meglio l’Irlanda?
Ci auguriamo che possa non solo avvicinare il lettore alla conoscenza di questa lingua, ma anche appassionarlo.
L’impostazione generale del libro è semi-scientifica e semi-dilettevole. Si avvicina al taglio di un “manuale da viaggio”, più che a una grammatica vera e propria.
Diversamente da un manuale, però, offre nozioni ed esempi più circostanziati sulla struttura della lingua, con definizioni teoriche utili a comprendere meglio i fenomeni. Diversamente da una grammatica, adotta un approccio descrittivo, non prescrittivo.
Non abbiamo voluto pensare a un eserciziario, perché desideravamo avvicinare il lettore senza vincolarlo all’impegno di dover consolidare subito delle conoscenze. Chi vorrà approfondire potrà poi farlo in modo più formale e strutturato.
La presenza di nozioni di linguistica rende il testo fruibile anche da studenti di linguistica, ma allo stesso tempo può essere letto da non specialisti curiosi di conoscere la lingua e dotarsi di qualche strumento in più.
Negli sporadici corsi di irlandese per italiani si tende spesso ad adottare testi con esercizi pratici e file multimediali per la pronuncia. La pronuncia dell’irlandese, infatti, non è intuitiva: i suoni cambiano in base a regole come lenizione, eclissi, accenti e varietà dialettali.
Nel nostro volume abbiamo scelto di ricorrere all’alfabeto fonetico internazionale, IPA, per rendere gli esempi fruibili anche da lettori o linguisti più esperti.
Nel nuovo volume che abbiamo in programma, cercheremo di rendere gli argomenti ancora più narrativi, concentrandoci su una serie di fenomeni significativi per conoscere l’Irlanda e gli irlandesi attraverso la lente della loro lingua.
Se dovessi indicare una sola idea da lasciare ai lettori di Passione Irlanda, quale sarebbe? Che cosa dovremmo capire della lingua irlandese per guardare l’Irlanda con più profondità?
Mi piacerebbe lasciare questa idea: avvicinarsi a una lingua straniera, per studio, per diletto o per lavoro, significa aprire il cuore e la mente.
Significa imparare a calarsi nella prospettiva di chi la parla e capire da quale punto di vista quella lingua descrive cose, fatti, proprietà di oggetti e persone.
Limiterei il più possibile il confronto con l’italiano, per evitare l’effetto straniante di una lingua che può apparire molto diversa dalla nostra, ma che in realtà ha anche molti tratti in comune con essa.
Durante un viaggio in Irlanda, sarebbe bello andare alla ricerca dell’etimologia dei toponimi, per capire a quale aspetto del luogo, costruzione, elemento naturale o altro, si è voluto dare maggiore peso nella scelta di quel nome.
Come abbiamo visto, i toponimi, e non di rado anche i segnali stradali, racchiudono elementi della lingua viva. Sono quindi un’ottima opportunità per imparare lessico nuovo, anche quando non conosciamo subito la pronuncia corretta.
Oggi esistono molti strumenti che possono fornire la pronuncia delle parole in gaelico irlandese, mentre un tempo era necessario cercare parlanti madrelingua per ottenere questa informazione.
In conclusione, non siate pigri nell’approfondire la conoscenza di parole, espressioni quotidiane o simpatici detti di cultura popolare.
– Il cuore della vera Irlanda è tutto lì -.
l’irlandese contemporaneo, il libro di Viviana Masia
LA LINGUA COME CHIAVE PER GUARDARE L’IRLANDA PIÙ A FONDO
L’intervista a Viviana Masia ci ricorda che la lingua irlandese non è un elemento marginale dell’identità dell’isola.
Non è soltanto una materia per studiosi, né un residuo del passato. È una porta d’accesso alla storia, alla cultura, alla memoria e al modo in cui un popolo ha nominato il proprio paesaggio, i propri gesti, le proprie relazioni, la propria idea di accoglienza.
Per chi ama l’Irlanda, avvicinarsi alla Gaeilge significa aggiungere profondità allo sguardo. Significa scoprire che dietro un nome di luogo può nascondersi una storia, dietro una formula di saluto può vivere una visione spirituale, dietro una parola intraducibile può conservarsi un frammento di cultura.
Forse non tutti sentiranno il bisogno di studiare l’irlandese in modo sistematico. Ma anche poche parole, pochi nomi, poche espressioni possono cambiare il modo in cui attraversiamo l’isola.
Perché l’Irlanda non si comprende soltanto guardandola.
A volte, per capirla davvero, bisogna anche ascoltare la lingua con cui ha imparato a raccontarsi.
Nota dell’autrice
Grazie a tutti per l’interesse e per il riscontro sull’intervista. Siamo felici che il volume L’irlandese contemporaneo abbia suscitato curiosità tra i lettori di Passione Irlanda.
Il libro può essere acquistato dal sito di TAB Edizioni a questo link
Per chi desidera contattarmi:
email: viviana.masia@gmail.com
WhatsApp: 349 184 1355
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